L’eredità visionaria di Yona Friedman

La filosofia: architetture mobili e autoregolazione degli abitanti

Dal 20 febbraio di quest’anno anche Yona Friedman non è più fra noi. Ovunque appaiono testimonianze che tratteggiano la figura di questo grande utopista (anche se non amava essere definito così) annoverato tra i protagonisti della contemporaneità. Architetto, urbanista, designer di origine ebrea, nacque nel 1923 a Budapest in Ungheria. Il suo vero nome era Janos-Antal ma durante la resistenza della città ai nazisti, a cui partecipò poco più che ventenne, venne sostituito con Yona, in ebraico « colomba ».

Messaggero di idee, visioni ma anche pragmatico e lucido combattente, con lui scompare l’ultimo dei grandi maestri che ho avuto la fortuna di incontrare e alle cui acute osservazioni deve molto la mia formazione.

Yona Friedman è stato sempre fra i grandi amici del Carré Bleu, feuille internationale d'architecture, la rivista creata nel 1958 a Helsinki dal gruppo CIAM (Congressi Internazionali di Architettura Moderna) e che dirigo dal 2006. Era questo un cenacolo molto attivo di intellettuali che, a partire dagli anni Sessanta, organizzava dialoghi e congressi sul futuro della città. Iniziai a frequentarlo quasi per caso, per poi divenire anch’io un appassionato sostenitore di questo movimento.

Articolo completo si trova nell'edizione 121/122 del 2020 alle pagine 16-21.

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