Nel 1990 il termine "Genitori Elicottero" fu introdotto da Foster W. Cline e Jim Fay per definire quei genitori molto preoccupati, soprattutto circa l'andamento scolastico dei figli, e pronti a intervenire a supporto e a trovare soluzioni. Da allora il termine ha avuto una maggiore diffusione e un allargamento di significato e oggi viene ampiamente utilizzato nella definizione dell'attitudine e della tensione genitoriale volte al soddisfacimento di tutti i bisogni, indipendentemente dall'effettiva necessità espressa dai figli. Tale disposizione nasce dalla paura che il figlio possa andare incontro a sconfitte e fallimenti e dal timore che non possa affrontare le sfide che la vita propone.
Consapevoli della complessità dell'essere genitori e ancor più in un'epoca profondamente diversa da quella in cui siamo stati, a nostro tempo, figli, come aiutare gli adulti (genitori e non) ad acquisire maggiore conoscenza e consapevolezza e, soprattutto, condivisione e comunità? Un modo per imparare a stare a terra e quindi accanto, piuttosto che sopra, ai nostri ragazzi?
I social rappresentano uno strumento che il ragazzo utilizza per proporsi all'altro, per uscire nel mondo esterno. La sfida di questa fase evolutiva è proprio la comprensione di se stessi e la definizione della propria identità: i social, in particolare, attraverso i meccanismi di rinforzo dei "like", possono provocare una distorsione in questo processo, piegandolo in modo pericoloso alla presunta approvazione data dalla visibilità e dalla popolarità. Il dato numerico di "followers" e "like" diviene la misura dell'autostima, ingenerando ansia e vissuti di vuoto laddove questi siano assenti o in calo.
Non dimentichiamo che la costruzione dell'autostima e della propria identità è un processo lento, profondo, diffuso. Di contro, soddisfazioni rapide, superficiali e immediate, come quelle offerte dai social, strutturano fragilità, vulnerabilità e quindi anche il rischio di essere soggetti a cyberbullismo e adescamento online.
È stato però evidenziato che il mondo digitale, in tutte le sue declinazioni, non è di per sé il problema e rischia di essere strumentalizzato quale capro espiatorio a fronte di adulti deleganti o paralizzati dal senso di impotenza.
I ragazzi hanno bisogno che l'adulto non abdichi al suo ruolo di accompagnatore e che si assuma la responsabilità della propria funzione: dare un dispositivo a un figlio deve essere un gesto consapevole, monitorato non in modo persecutorio, bensì curioso. Quanti adulti si interessano veramente ai video che i ragazzi guardano, alle canzoni che ascoltano, ai giochi a cui partecipano? Essere lì accanto può creare la finestra di dialogo necessaria e quindi l'occasione di riflessione (non di giudizio!).
Non abbiamo formule magiche, ma vorrei richiamare un documento del 1993 in cui l'OMS descriveva 10 competenze per la vita, "life skills", che sono un insieme di capacità umane che possiamo acquisire attraverso l'insegnamento o l'esperienza diretta e che possono aiutare a gestire i problemi e le situazioni incontrate nella vita quotidiana.
Le 10 Competenze per la Vita:
- Saper risolvere i problemi: (a condizione, quindi, di esporre i ragazzi a questi, invece che proteggerli in modo soffocante).
- Saper prendere decisioni: (scegliere, che significa anche lasciare andare e assumersi la responsabilità di stare nella scelta).
- Creatività: (che va nutrita in ogni forma in cui si manifesti).
- Senso critico: (che non significa giudizio polemico).
- Autoconsapevolezza: (capacità di fermarsi e riflettere su se stessi mentre facciamo o diciamo quella determinata cosa).
- Capacità relazionali: (saper stare in relazioni profonde, durature e saper vivere la dimensione di gruppo come occasione di arricchimento e non di competizione).
- Comunicazione efficace: (cosa e come dico ciò che sto dicendo?).
- Gestione delle emozioni: (riconoscimento delle emozioni e capacità di starci dentro).
- Gestione dello stress: (che ha a che fare con l'esercizio e con la capacità di tollerare la frustrazione).
- Empatia: (cosa sta provando l'altro, diverso da me?).
Sono competenze che dovremmo impegnarci, prima di tutto, a riscoprire in noi stessi e quindi aiutare i ragazzi a svilupparle. Necessitano di tempo, di esercizio, di riflessione, ma sono colonne stabili e "antisismiche" della struttura di personalità e della resilienza.
Flavia Pezzuoli, psicologa, Firenze