Nella splendida cornice di Sala Margana, nel cuore di Roma, si è svolta la presentazione del 150° numero della rivista Bioarchitettura, a trentatré anni dalla sua fondazione: un momento di riflessione collettiva su come costruire significhi, prima di tutto, non compromettere il futuro.
L’incontro si è aperto con il saluto della proprietà di Sala Margana, Emanuela Sestieri, che non solo ha accolto con grande ospitalità i partecipanti, ma ha anche introdotto la storia secolare dello stabile, manifestando fin da subito la volontà di sostenere ulteriori iniziative della Fondazione, in una prospettiva di continua collaborazione culturale.
A seguire, Fabrizio Carbone, pittore e giornalista, ha tracciato un efficace inquadramento sul tema dell’ecologia e sulla nascita della cultura della bioarchitettura in Italia, ricordando come la rivista abbia rappresentato – e continui a rappresentare – un presidio critico e militante a tutela dell’ambiente costruito e in generale alle arti creative.
Patrizia Colletta, architetta e già consigliera dell’Ordine degli Architetti di Roma, ha proposto un intervento centrato sul significato profondo della qualità urbana ed edilizia, con un richiamo ai grandi processi di trasformazione della Capitale e alle responsabilità progettuali che ne derivano.
Il Presidente dell’Ordine degli Architetti di Roma, Christian Rocchi, ha offerto un excursus sulla nascita dell’Ordine professionale, sottolineando la responsabilità pubblica della categoria e ricordando come l’architettura sia un bene collettivo, da tutelare attraverso competenza, etica e impegno civile.
Cristoforo Cattivera, referente regionale della Fondazione Bioarchitettura, ha posto l’accento sulla necessità di elaborare una nuova estetica contemporanea, fondata sul connubio tra innovazione tecnologica e qualità ambientale degli spazi urbani e architettonici, quale risposta culturale alle sfide climatiche e sociali del nostro tempo.
A chiudere gli interventi, Wittfrida Mitterer, Presidente della Fondazione Bioarchitettura, ha ripercorso la storia della Fondazione, spesso sviluppatasi in “controcorrente” rispetto ai grandi slogan del “green”, per riaffermare la necessità di una narrazione autentica, concreta e verificabile della bioarchitettura nelle sue molteplici declinazioni olistiche. La rivista diffonde gli approcci progettuali che privilegiano le relazioni, l’incontro, il benessere grazie a una nuova cultura capace di integrare percezione e sostenibilità. In questo contesto rientra il sogno di realizzare l’albero bioclimatico, simbolo e manifesto di un approccio realmente integrato alla sostenibilità.
Gli interventi – intensi e ricchi di visioni – hanno alimentato un dialogo profondo su sostenibilità, cultura del progetto, responsabilità e partecipazione. Una frase, in particolare, ha fatto da filo rosso a tutto l’incontro: “L’architetto è colui che deve governare la complessità.”
Una complessità fatta di territorio, norme, estetica, tecnica, comunità, storia, materiali, clima, etica. Una complessità che non può essere subita, ma interpretata, tradotta e trasformata in valore. L’evento ha ricordato a tutti noi che l’architettura non è solo progettazione: è una responsabilità verso il tempo presente e verso ciò che consegneremo alle generazioni future.