La separazione netta tra i vari ambiti: urbanistica, economia, agricoltura
porta a considerazioni e approcci risolutivi piuttosto unilaterali, che per
il proprio ambito possono apparire evidentemente buoni e giusti, ma che
potrebbero al contempo avere effetti contrari per gli altri settori. Così accade
sempre più spesso che dipartimenti amministrativi diversi si ostacolino
a vicenda a livello operativo, invece di riconoscere possibili sinergie e
lavorare insieme per ottenere risultati migliori, evitando inutile sperpero
di risorse e capitali.
Un esempio sbagliato: la gestione dell’acqua
Nel XIX secolo in molte città europee era molto diffusa la soluzione decentrata,
vale a dire la raccolta dei liquami in pozzi neri accanto alle case,
organizzata su base regionale e affidata ad iniziative private. Esistevano
imprese specializzate che raccoglievano con appositi veicoli le acque dai
pozzi, facendone concime per uso agricolo, che veniva poi venduto; creando
una vera e propria situazione “win-win”: mentre da un lato i cittadini
approfittavano di un assai conveniente smaltimento delle acque reflue,
dall’altro i contadini avevano a disposizione fertilizzanti e ammendanti a
basso costo. Le ditte di raccolta e valorizzazione delle acque nere potevano
così garantire posti di lavoro e introiti regionali a molte famiglie. In
tal modo nell’Ottocento già in molte città si praticava un riciclaggio delle
acque nere con relativo valore aggiunto.
Avvenne che le aree urbane si dotarono di reti fognarie a scorrimento e
gabinetti con sciacquone mentre i contadini continuavano a portare i loro
prodotti alimentari nelle città, ma dalle città non ricevevano più in cambio
i nutrienti per le loro piante.